Una voce in cucina - seconda parte

scritto da Vittoria Solari
Scritto 11 ore fa • Pubblicato un'ora fa • Revisionato un'ora fa
0 0 0

Autore del testo

Immagine di Vittoria Solari
Autore del testo Vittoria Solari

Testo: Una voce in cucina - seconda parte
di Vittoria Solari

Una voce in cucina

Seconda parte

IV

Allo studio, intanto, le abitudini cambiavano.

Non all'improvviso: il notaio continuava a chiamarmi nel suo ufficio e a leggere le mie bozze ad alta voce, ma si fermava meno spesso, e qualche volta arrivava all'ultima pagina senza essersi fermato. I segni rossi diminuivano. A luglio mi affidò la bozza di un atto per un cliente importante, un industriale di Legnano che comprava un capannone, e quando gliela portai la lesse tutta, la siglò in fondo e disse soltanto: «Bene.» La signorina Pozzi cominciò a chiamarmi per nome. Il ragionier Banfi, che parlava poco, mi insegnò dove la Conservatoria teneva i registri che nessuno trovava mai, e una mattina mi offrì il caffè.

Io pensavo che fosse merito di Marta, cioè dei consigli che Claudia dava a Marta e che io rubavo attraverso il muro. Non chiedere scusa, guardalo in faccia, conta fino a tre, lascialo parlare, dopo pranzo e mai prima. Li avevo scritti, una sera, sul retro di una busta, e la busta la tenevo nel cassetto della scrivania allo studio, sotto la carta carbone. Ogni tanto, prima di entrare nell'ufficio del notaio, la tiravo fuori e la rileggevo, con la devozione di mia madre per i santini nel messale.

*

A luglio lasciai Fabio.

Non era successo niente di particolare: adesso avevo uno stipendio, e i soldi della ricerca di Claudia, e il frigorifero non era più vuoto. Le cene del sabato non mi servivano più. Una sera, nella trattoria del Lorenteggio, mentre lui mi raccontava di un bar di Gallarate che aveva preso tre macchine in una volta, mi accorsi che lo ascoltavo con l'attenzione distratta che si dà alla radio in una sala d'aspetto, e glielo dissi lì, prima della frutta. Lui ci rimase male per un minuto, poi si accese una sigaretta e disse: «Peccato. Eri simpatica.» Mi riaccompagnò a casa con la Fulvia, e non lo rividi più.

Salendo in ascensore mi vergognai un poco: non per averlo lasciato, ma perché non mi dispiaceva.

*

Riccardo lavorava in Conservatoria, allo sportello delle visure.

Aveva trentotto anni, era separato dalla moglie e portava occhiali con la montatura scura che si toglieva quando sorrideva. Mi notò ad agosto, quando la Conservatoria era mezza vuota e io ero l'unica in fila. Mi chiese di che studio fossi. Gli dissi Ravier, e lui fece un fischio basso, d'ammirazione, davanti al nome.

Da quel giorno non feci più la fila. Riccardo mi vedeva entrare, alzava una mano, e i registri che mi servivano comparivano sul banco prima che finissi di chiederli. Mi segnalava le trascrizioni che sfuggivano, le ipoteche cancellate male, le note a margine scritte troppo piccole. Una volta mi fermò prima che consegnassi una visura e mi mostrò un errore che non avevo visto. Allo studio, quella settimana, il notaio disse che le mie visure erano le più complete che avesse mai avuto.

Cominciai a pensare che senza Riccardo non ce l'avrei fatta. Era un pensiero tranquillo, quasi riposante: il notaio aveva Marta, cioè Claudia, e la Conservatoria aveva Riccardo. Io stavo nel mezzo, e finché loro c'erano, potevo stare in piedi. Ho capito molto più tardi che chi si appoggia a un altro per non cadere, a un certo punto, smette di provare a stare in piedi da solo.

A settembre lo portai a casa per la prima volta. Era un sabato: mettemmo su «Dettagli», bevemmo il vino che avevo comprato apposta, e lui restò fino al mattino.

*

La settimana dopo Claudia non telefonò a Marta.

Non il lunedì, non il martedì, non il mercoledì. Io battevo a macchina fino a mezzanotte, e dalla parete non veniva niente, solo, ogni tanto, la voce di Enzo e il tonfo di un'anta. Il venerdì la cena saltò: Claudia aveva il turno in clinica, mi disse Enzo sul pianerottolo, una guardia di notte, e lui sarebbe andato a mangiare da sua sorella. Il sabato la incrociai in ascensore: aveva la faccia stanca, gli occhi piccoli, e mi salutò senza guardarmi.

Pensai che fosse stanca. Poi pensai, ed era peggio, che non le piacesse quello che facevo. Claudia era sempre stata più seria di me: in via Lanzone, quando io tornavo tardi la sera, lei era già a letto con la lampada verde accesa, e non diceva niente, e il suo silenzio pesava più di una predica. Forse aveva sentito Riccardo, attraverso il muro. Forse le sembravo una donna che cambia uomini come cambia le tende. Mi vergognai di nuovo, e la vergogna mi tenne sveglia.

Allo studio, quella settimana, andò tutto storto. Il notaio mi rimandò indietro due bozze. Sbagliai un nome sull'agenda, e un cliente aspettò mezz'ora in anticamera. Tiravo fuori la busta dal cassetto e rileggevo i consigli di Marta, ma i consigli erano vecchi, i problemi erano nuovi, e io non sapevo cosa ne avrebbe detto Claudia.

La domenica, sul pianerottolo, Claudia mi fermò.

«Ti ho sentita, sabato» disse.

Diventai rossa fino alle orecchie, cercai una frase, e non la trovai.

«La Vanoni» disse lei. «Fino all'una. Me la sono imparata a memoria, ormai.»

E sorrise, un sorriso piccolo, e rientrò in casa. Io rimasi sul pianerottolo col cuore che batteva, sollevata, perché aveva detto la Vanoni e non altro. Quella sera, verso le undici, la voce tornò.

«Marta? Scusami, sono stata via. Raccontami tutto.»

*

A ottobre arrivò la guerra in Medio Oriente, e con la guerra il petrolio. Alla radio parlavano di embargo, di benzina razionata, di austerità. Enzo, a cena, diceva che sarebbe stato un inverno lungo. Il notaio, allo studio, fece spegnere i termosifoni dell'anticamera.

Un venerdì raccontai di Riccardo: non tutto, ma abbastanza: che mi aiutava in Conservatoria, che grazie a lui le mie visure erano le migliori, che senza di lui non sapevo come avrei fatto. Lo dissi con entusiasmo, quasi avessi vinto alla lotteria.

Enzo disse che era bello, che mi meritavo un po' di fortuna.

Claudia non disse niente. Mi guardò. Fu uno sguardo lungo, fermo, che non sapevo leggere: non era rimprovero, né curiosità, né un'espressione che avessi già visto sulla faccia di nessuno. Durò il tempo che Enzo impiegò a stappare la seconda bottiglia. Poi Claudia si alzò per prendere i bicchieri, e quando tornò al tavolo era di nuovo la Claudia di sempre.

Pensai che Riccardo non le piacesse. O che le sembrasse poco, per me. Pensai a molte ipotesi, quella sera, tornando di là, e nessuna era quella giusta.

V

A metà novembre faceva già freddo, e allo studio si lavorava col cappotto sulle spalle. Il notaio aveva fatto spegnere anche i termosifoni del corridoio, e la signorina Pozzi batteva a macchina coi mezzi guanti di lana, al pari di una tabaccaia d'inverno.

La pratica era quella dei Visconti: non i Visconti dei libri di storia, mi spiegò il ragionier Banfi: altri, commercianti di stoffe, ricchi da due generazioni. Vendevano un palazzo intero in corso Magenta a una società di assicurazioni, ed era la stipula più importante dell'anno. Il notaio ci lavorava da settembre. Io avevo preparato le bozze, e le visure le avevo fatte il martedì 13, in Conservatoria, con Riccardo che mi passava i registri sul banco uno dopo l'altro.

Il venerdì 16 arrivò una lettera dell'avvocato della società compratrice, un uomo che conoscevo di nome, il professor Arcangeli, uno di quelli che Enzo chiamava i cardinali. Nella lettera, cortese e gelida, il professore faceva presente che sul palazzo di corso Magenta gravava un'ipoteca iscritta a favore di una banca di Lugano, e che di quell'ipoteca, nella documentazione trasmessa dallo studio Ravier, non c'era traccia.

La signorina Pozzi portò la lettera al notaio, e dopo cinque minuti il notaio mi chiamò.

Questa volta mi fece sedere, e non lesse niente ad alta voce. Mi guardò a lungo, con le mani piccole intrecciate sulla pancia, e la poltrona non scricchiolava.

«Signorina Mainardi» disse. «La stipula è lunedì alle dieci. Il professor Arcangeli sarà presente. Vorrà sapere chi ha fatto la visura, e perché la visura non è completa. Io gli dirò chi l'ha fatta. Il perché, glielo dirà lei.»

Non dissi niente, non contai fino a tre, non mi venne in mente nessuna delle regole scritte sul retro della busta, nel cassetto, sotto la carta carbone.

«Se lunedì il professore non sarà soddisfatto» disse il notaio, «lei martedì non ha più bisogno di venire.»

Poi riprese in mano una pratica.

*

Il sabato mattina andai in Conservatoria, che era aperta fino a mezzogiorno. Riccardo era allo sportello.

Gli raccontai tutto, e lui ascoltò senza interrompermi, togliendosi e rimettendosi gli occhiali, e quando ebbi finito non sorrise.

«Martedì i registri te li ho dati io» disse. «Ti ho dato quelli che c'erano.»

«Lo so. È per questo che sono qui. Se l'ipoteca non c'era, nei registri, tu puoi dirlo. Puoi scriverlo. Puoi venire lunedì, o anche solo mettermi una riga su un foglio, che il martedì 13 quella nota non era nel registro.»

Riccardo guardò dietro di sé, verso gli uffici, dove il suo capo leggeva il giornale coi piedi sul termosifone spento.

«Sara» disse, piano. «Io non posso metterti niente su nessun foglio. Se scrivo che il registro era incompleto, vuol dire che l'ufficio ha sbagliato. E se l'ufficio ha sbagliato, qualcuno deve pagare, e il qualcuno sono io.» Si rimise gli occhiali. «Mi dispiace. Davvero. Ma io non ho visto niente.»

Uscii dalla Conservatoria e mi fermai sul marciapiede, con la borsa stretta al petto. Pensai che era giusto. Pensai che Riccardo aveva un lavoro, una moglie da cui era separato e a cui doveva gli alimenti, un capo coi piedi sul termosifone. Non potevo chiedergli di rischiare per me. E sotto tutti questi pensieri, che erano ragionevoli, ce n'era uno che non lo era, e che diceva soltanto: sei sola.

*

Il venerdì prima, a cena, Claudia aveva parlato di un congresso. Era a Pavia, durava tre giorni, e lei doveva presentare una parte della ricerca, quella che avevo battuto io, davanti al professore e a gente venuta da Roma e da Padova. Ne aveva parlato a lungo, dei relatori, del treno, dell'albergo dove alloggiavano tutti, e io avevo detto brava, e che bello, e intanto pensavo alla visura dei Visconti, che allora non sapevo ancora sbagliata ma che non mi lasciava in pace. Non ricordo in che giorni fosse, il congresso. Ricordo che Enzo aveva detto che lui sarebbe rimasto a Milano a lavorare, e che si sarebbe nutrito di panini da studente.

Il sabato sera, tornata dalla Conservatoria, non mangiai. Mi sedetti in cucina con la cartella dei Visconti aperta sul tavolo di formica, e la lessi da capo, pagina per pagina, senza capire niente: le parole mi scivolavano davanti agli occhi come quel giorno di aprile, alla stipula, quando la visura era attaccata alla planimetria e io non la vedevo. Avevo il cuore in gola e le mani fredde. Nella testa c'erano solo lunedì, lunedì alle dieci, il professor Arcangeli, le mani del notaio intrecciate sulla pancia, e poi martedì, e la Centrale, e le due valigie, e Cremona, e il giornale piegato in quattro accanto al mio piatto. Tutto o niente: il primo punto dell'elenco di Claudia, e io dentro fino al collo, senza accorgermene.

Aspettavo la voce.

Lo sapevo, che la aspettavo, e non me ne vergognavo più. Aspettavo che Claudia telefonasse a Marta, che Marta avesse un capo che la accusava di un errore non suo, e che Claudia le dicesse cosa fare. Era stupido, lo sapevo. Ma era l'unico appiglio che avevo.

Alle undici dalla parete non veniva niente, e alle undici e mezza nemmeno. Mi alzai, misi su «Dettagli» al volume più basso e mi sedetti di nuovo, con la testa appoggiata al muro e la guancia contro la carta da parati fredda, l'orecchio teso come sul bordo di una conchiglia.

Poi la sentii.

Era bassa, molto più bassa del solito, e lenta. Non la sentii dire il nome di Marta. Non sentii il principio. Sentii solo le parole, una dopo l'altra, posate sul tavolo davanti a me da una mano invisibile.

Non difenderti, non accusare nessuno, non dire che è stato un altro. Metti in fila i fatti, solo i fatti, uno dopo l'altro, con le date. Quelli come lui davanti a una data si fermano. Guarda le date.

Poi più niente: il disco era finito da un pezzo e girava a vuoto, con quel fruscio che ormai era parte della canzone.

Rimasi lì, con la guancia sul muro, a ripetere. Guarda le date. E a un certo punto, non so quando, nel mezzo della notte, mi alzai, presi la cartella dei Visconti e cercai la lettera del professor Arcangeli. L'ipoteca a favore della banca di Lugano: il professore citava il numero della nota, il volume e l'anno, ma non citava il giorno.

Io la visura l'avevo fatta martedì 13.

Mi addormentai al tavolo, con la lettera sotto la mano.

*

Il lunedì alle otto e mezza ero davanti alla Conservatoria, prima che aprissero il portone.

Riccardo era al suo sportello. Mi vide entrare e alzò una mano, come sempre, e io non mi fermai. Andai all'ufficio delle note, in fondo al corridoio, dove c'era un impiegato anziano che non conoscevo, e gli chiesi la copia della nota d'iscrizione dell'ipoteca a favore della banca di Lugano, con la data di presentazione.

La data era il 14 novembre, mercoledì, alle undici e venti del mattino.

Il giorno dopo la mia visura.

L'impiegato timbrò la copia, la firmò e me la diede in una busta. Uscendo passai davanti allo sportello di Riccardo. Lui mi guardò, io lo guardai, e non ci dicemmo niente.

*

Alla stipula c'erano tutti. C'erano i Visconti, padre e figlio, con due cappotti di cammello uguali, e i due funzionari della società di assicurazioni. C'era il professor Arcangeli, un uomo magro coi capelli bianchi e una cartella di cuoio consumata, che non sorrideva. Il notaio sedeva a capotavola, nella sua poltrona.

Prima di cominciare a leggere, il notaio disse che c'era una questione preliminare, sollevata dal professore, a cui avrebbe risposto la sua collaboratrice, la signorina Mainardi, che aveva curato la visura, e lo disse senza guardarmi.

Tutti si voltarono verso di me.

Sentii la porta, la sentii cominciare a chiudersi, come sempre, come agli esami, come in aprile, e sentii la parola scusi salirmi alla bocca. Contai fino a tre: uno, due, tre. Non guardai le mani del notaio: guardai il professor Arcangeli, in faccia.

«La visura è stata fatta martedì 13 novembre» dissi. «Questa è la copia della nota d'iscrizione dell'ipoteca a favore della banca di Lugano. È stata presentata in Conservatoria mercoledì 14 novembre, alle undici e venti. Il giorno in cui è stata fatta, la visura era completa.»

Posai la busta sul tavolo, davanti al professore.

Non dissi altro: non dissi che era stato un altro, non mi difesi, non chiesi scusa. Avevo messo in fila i fatti, con le date, e i fatti stavano lì sul tavolo, nella busta timbrata.

Il professor Arcangeli aprì la busta, lesse e guardò a lungo la data, poi si voltò verso i Visconti. Il figlio era diventato rosso. Il padre guardava fuori dalla finestra.

«Allora la questione non riguarda lo studio» disse il professore. «Riguarda i venditori. Un'ipoteca iscritta cinque giorni fa, su un palazzo che si vende oggi, è un fatto che i signori Visconti vorranno spiegarci.»

La stipula fu rinviata di una settimana. I Visconti uscirono per primi, il padre davanti e il figlio dietro, senza salutare nessuno. Il professor Arcangeli, uscendo, si fermò accanto a me, mi guardò da sopra gli occhiali e disse soltanto: «Buongiorno, signorina.» Ma lo disse nel tono che si riserva a una collega.

Il notaio rimase seduto, e quando la sala fu vuota mi fece cenno di avvicinarmi.

«Signorina Mainardi» disse. Intrecciò le mani sulla pancia, ci pensò. «Domani venga pure.»

Fu la frase più vicina a un complimento che gli abbia mai sentito dire.

*

Quel giorno camminai fino a casa, da via Meravigli a piazza Napoli, col freddo che mi tagliava la faccia e la busta vuota nella borsa. Non sentivo il freddo. Mi sembrava di avere vinto una guerra.

E sapevo a chi dovevo la vittoria. Non a me: io avevo solo eseguito. Guarda le date, aveva detto Claudia, sabato notte, a Marta, e io avevo guardato le date. Se non avessi sentito quella voce attraverso il muro, lunedì mattina sarei stata seduta davanti al professor Arcangeli con la gola chiusa e la cartella sbagliata in mano, e martedì sarei stata alla Centrale con le due valigie.

Pensai di dirglielo: di bussare alla sua porta e raccontarle tutto, il notaio, il professore, la busta timbrata, e di dirle grazie. Ma per dirle grazie avrei dovuto confessarle che la ascoltavo. Da mesi, ogni sera, stavo con l'orecchio contro il suo muro a rubarle le parole che diceva a sua cugina. Non potevo: mi sarei vergognata per sempre.

Così le dissi soltanto, il venerdì, a cena, che allo studio andava meglio. Lei disse che era contenta, ed Enzo aggiunse che il notaio, in tribunale, parlava bene di me.

*

Il mercoledì dopo, nella buca delle lettere, trovai una cartolina.

Era la Certosa di Pavia, a colori, col cielo troppo azzurro delle cartoline. Dietro, nella calligrafia piccola e diritta che leggevo da dodici anni, c'era scritto:

Pavia, sabato 17 novembre. Cara Sara, qui relatori noiosissimi e un freddo da lupi. Ho presentato la nostra ricerca (nostra, sì: l'hai battuta tu). Stasera cena con il professore, che mi farà parlare di neurologia fino a mezzanotte. Penso a te e alla tua Vanoni. Torno domenica. Un abbraccio, C.

La lessi in piedi, nell'ingresso, col cappotto ancora addosso, e sorrisi per quel nostra. Poi la infilai nella cornice dello specchio, accanto alla porta, dove restò per tutto l'inverno, insieme a una foto di mia madre e al biglietto del tram del primo giorno.

*

Il 2 dicembre fu la prima domenica a piedi.

Milano era vuota come non l'avevo mai vista. In corso Vercelli la gente camminava in mezzo alla strada, i ragazzi andavano in bicicletta sulle rotaie del tram, una famiglia aveva portato il cane a correre dove di solito correvano le macchine. Sembrava una festa, e insieme la fine di un'epoca. Quella domenica non la passai da sola.

Enzo bussò alla mia porta alle due, col cappotto già addosso e la sciarpa annodata due volte. Claudia aveva una guardia di ventiquattro ore, mi disse, e lui in casa da solo non ci stava: voleva vedere Milano senza macchine, uno spettacolo che non si sarebbe visto mai più, e voleva vederlo con qualcuno.

Camminammo per ore: corso Vercelli, e poi corso Magenta, dove passammo davanti al palazzo dei Visconti con le persiane chiuse, ed Enzo mi strinse il braccio e disse che lo sapeva tutto il tribunale, che ero stata brava, e io dissi che era stata fortuna. Poi Sant'Ambrogio, con la piazza piena di bambini sui pattini e i preti che guardavano dalla porta della basilica, sospettosi, quell'invasione di ruote.

Enzo parlava. Parlava sempre, Enzo, ma quel pomeriggio parlava in un altro modo, più lento, quasi la città vuota gli lasciasse spazio per pensare ad alta voce. Mi raccontò di un cliente, un vecchio di Abbiategrasso che litigava col vicino per un passaggio nel cortile. Il cortile era in comune, ma non c'era nessun atto, nessuna servitù scritta da nessuna parte, e il vicino sosteneva che il passaggio non esisteva.

«Le due case erano dello stesso padrone?» chiesi. «Prima, intendo. Prima che le dividessero.»

Enzo si fermò in mezzo alla strada, sulle rotaie del tram.

«Del nonno. Erano tutte e due del nonno, poi i figli se le sono divise.»

«Allora la servitù c'è anche se non è scritta. Se il nonno passava di lì, e il passaggio si vede, con le porte, con i segni, è destinazione del padre di famiglia. Quando le case si sono divise, la servitù è nata da sola.»

Enzo mi guardò, poi si mise a ridere, una risata grande, che rimbalzò sulle facciate vuote.

«Ci lavoro da un mese» disse. «Un mese. E tu me lo risolvi in mezzo a corso Magenta.» Mi diede una pacca sulla spalla, da compagno di squadra. «Sei più brava di quanto credi, Sara. Te l'ho sempre detto.»

«Era nella mia tesi» dissi. «È l'unica materia che so.»

Lui scosse la testa e non insistette, e ricominciammo a camminare. Era nella mia tesi, mi ripetevo: lo sanno tutti, è roba da secondo anno, chiunque l'avrebbe trovata. Per non dover pensare che l'avevo trovata io.

Arrivammo in via Lanzone quasi per caso, o almeno così mi parve. Il portone della signora che affittava alle studentesse era lo stesso, verniciato di un verde più scuro, e ci fermammo davanti, con le mani in tasca, a guardarlo.

«Qui l'ho vista la prima volta» disse Enzo.

«Lo so. C'ero.»

«È vero» disse, e sorrise. «C'eri tu. Mi avevi portato a studiare diritto privato.»

Rimase un poco zitto, guardando il portone. Poi, senza voltarsi, disse:

«Sai, Sara, a volte mi sembra di vivere con una persona che pensa sempre in un'altra stanza. Non che sia distante. È gentilissima, è la persona più gentile che conosco. Ma è come se...» Cercò la parola, non la trovò, e fece un gesto con la mano, verso l'alto, a lasciar volare via un palloncino. «Non so. Sono un avvocato, non un poeta.»

Non dissi niente. Non sapevo cosa dire.

«La sera la sento parlare in cucina» disse. «Da sola. Dice che ripassa le relazioni per il professore, ad alta voce, che così le restano in mente. Io mi addormento, e lei è ancora lì che parla.» Rise piano. «Studia sempre, Claudia. Studia come gli altri respirano.»

Al telefono, pensai, con Marta. Fui sul punto di dirlo, e non lo dissi: avrei dovuto spiegare come lo sapevo, confessare che da mesi stavo con l'orecchio contro il loro muro. Mi vergognai, la vergogna mi chiuse la bocca, e la frase di Enzo mi passò accanto e andò via, uno dei ragazzi in bicicletta sulle rotaie.

Tornammo a casa al tramonto, a piedi, tutti e due stanchi e contenti. Sul pianerottolo Enzo mi ringraziò per la servitù del vecchio di Abbiategrasso, io risi, e lui rientrò. Mi buttai sul divano a fiori della vedova e dormii un'ora, vestita.

La sera, verso le otto, andai dai Cattaneo a telefonare a mia madre.

Claudia non era ancora tornata dalla guardia, ed Enzo stava in sala a guardare il telegiornale, che parlava di benzina, di targhe alterne, di negozi che avrebbero chiuso presto.

«Telefono dalla cucina» dissi. «Così non ti disturbo.»

Ero già sulla porta della cucina, e avevo la mano sul telefono grigio appeso al muro, quando Enzo, senza staccare gli occhi dalla televisione, disse:

«Quello è rotto. Usa questo, figurati, abbasso il volume.»

Mi fermai.

«Rotto?»

«È rotto da mesi. Da marzo, credo, da prima che arrivassi tu. Fa un ronzio e basta. Ho chiamato la SIP tre volte, ma non vengono mai. Claudia dice che tanto non serve, che c'è questo di qua.» Si alzò, abbassò la televisione e mi porse il telefono nero. «Tieni.»

Telefonai a mia madre, che mi chiese se a Milano c'era la nebbia, se mangiavo, se avevo freddo. Io le risposi di sì, di sì, di no, e non sentii niente di quello che diceva. Guardavo la porta della cucina, dall'altra parte del corridoio, dove il telefono grigio stava appeso al muro, contro la parete che dividevamo.

Quando riattaccai, Enzo mi chiese se volevo un bicchiere di vino. Dissi di no, che ero stanca, che avevo camminato tutto il giorno, e tornai di là.

Non capii, non subito.

Pensai che la SIP fosse venuta, ed Enzo non lo sapesse. Pensai che Claudia telefonasse da un altro apparecchio, o che io avessi frainteso, o che le voci, di notte, attraverso un muro sottile, si confondessero. Pensai molte spiegazioni ragionevoli, una dopo l'altra, e le ammucchiai davanti alla porta come sacchi di sabbia contro l'acqua alta.

Poi mi misi a letto, e i sacchi di sabbia, uno alla volta, cominciarono a cedere.

VI

Non dormii: rimasi a letto, nella stanza col crocifisso, con gli occhi aperti nel buio, e le telefonate tornarono una alla volta, in ordine, pratiche estratte da un armadio.

Marta e il capo grande e grosso che le leggeva le lettere ad alta voce, Marta e il cliente difficile, Marta e il permesso da chiedere dopo pranzo. Marta e il capo che odiava le scuse, la sera stessa in cui Enzo, a cena, aveva detto che il notaio odiava le scuse. Il telefono che non squillava mai, la voce che cominciava sempre all'improvviso, sempre in cucina, sempre contro la parete. Sempre tra le undici e mezzanotte, quando io battevo a macchina, e Claudia lo sapeva, perché le pagine che battevo erano le sue.

Il telefono era rotto da marzo, da prima che arrivassi io.

Claudia non aveva mai parlato con nessuno: aveva parlato con me.

Mi alzai e accesi la luce, come se la luce potesse cambiare i fatti. Andai in cucina e guardai la parete, la carta da parati a righe beige, la credenza della vedova. Dall'altra parte non c'era nessun rumore: Enzo dormiva, Claudia era in clinica. Appoggiai la mano al muro, ed era freddo, come il sabato sera in cui ci avevo appoggiato la guancia.

La prima cosa che provai fu vergogna: non per aver ascoltato, ma per essere stata ascoltata. Claudia sapeva tutto: sapeva della stipula di aprile, che non le avevo mai raccontato. Sapeva del notaio, delle bozze, della paura. Sapeva che stavo con l'orecchio contro il suo muro, ogni notte, a rubarle le parole. Lo sapeva perché era stata lei a mettercele, le parole, perché io le rubassi. Mi aveva vista, per mesi, da un punto da cui io non vedevo niente.

Poi venne la rabbia, lenta, l'acqua che sale in una cantina. Mi aveva trattata come un caso: il caso F., il caso G., il caso M. Mi aveva curata senza chiedermelo, di nascosto, coi giochi del braccio pesante e del dentista, con le pagine da battere a macchina, con le telefonate a una cugina che forse non esisteva nemmeno. Ero stata la sua cavia, come diceva lei ridendo, e non per scherzo.

E sotto la rabbia, quando la rabbia si calmò, verso le quattro, c'era il pensiero peggiore: che avevo ragione io, da sempre, e che mio padre aveva avuto ragione. Le bozze senza segni rossi, il commerciante di Sesto, il permesso a giugno, il professor Arcangeli e la busta timbrata: niente di tutto quello era mio, era di Claudia. Io avevo solo eseguito, al modo di una macchina da scrivere che esegue le dita di chi batte. Non avevo mai fatto niente da sola, non sapevo fare niente. La figlia del farmacista, il figlio dei Bonfanti, mia cugina Luisa: avevano vinto loro, di nuovo, senza nemmeno saperlo.

Mi sedetti al tavolo di formica e piansi, per la prima volta da quando ero a Milano.

*

La sera dopo bussai alla porta dei Cattaneo.

Enzo non c'era: il lunedì cenava all'ordine degli avvocati, coi colleghi. Claudia mi aprì col grembiule e le mani bagnate, e mi sorrise come sempre. Poi mi vide la faccia, e il sorriso le si fermò a metà.

Non dissi niente. Le passai davanti, attraversai il corridoio ed entrai in cucina. Il telefono grigio era appeso al muro, accanto alla credenza, contro la parete. Lo staccai e mi portai la cornetta all'orecchio.

Un ronzio basso, continuo, uguale a quello del frigorifero della vedova.

Riappesi e mi voltai. Claudia era sulla porta della cucina, con le mani ancora bagnate, e non se le asciugava.

«Perché?» dissi.

Lei non rispose. Mi guardò con lo sguardo che avevo visto una sera di ottobre e che non avevo saputo leggere, lungo e fermo, che non era rimprovero né curiosità. Poi si asciugò le mani sul grembiule, lentamente, una e poi l'altra, attraversò la cucina, e mi baciò.

Fu un bacio breve, e le sue labbra erano fredde, e sapevano di acqua e di sapone. Non mi strinse. Non mi toccò, se non con la bocca. Durò il tempo di un respiro. Poi si staccò e restò davanti a me, vicina, con gli occhi aperti.

*

Capii in due tempi. Lo racconto in due tempi perché così fu, e perché il primo non mi fa onore.

Il primo pensiero fu: ecco, allora, che cos'era. Era un meccanismo che conoscevo, e quasi mi diede sollievo, perché era la regola che avevo sempre usato io. Gli uomini mi pagavano le cene, mi facevano saltare le code, e in cambio volevano il loro compenso. Claudia mi aveva aiutata per mesi, e adesso, in cambio, voleva il suo, ed era semplice, giusto perfino. Feci un passo indietro, contro la credenza, e sentii la mia bocca cominciare una frase cattiva, una frase che avrebbe ridotto tutto a un conto, a un dare e avere.

«È questo che...»

Non la finii, perché Claudia mi guardava, e nella sua faccia non c'era nessuna richiesta, nessuna attesa, nemmeno la speranza. C'era solo la stanchezza calma di chi ha portato a lungo una valigia pesante e finalmente l'ha posata a terra.

«Lo so che non può essere» disse. «Lo so da via Lanzone. L'ho sempre saputo.»

Fu allora che capii il resto.

Claudia non voleva niente. Non aveva mai voluto niente. Aveva passato le sere di un anno a parlare con un telefono muto, contro un muro, per una donna che non l'avrebbe mai amata come lei amava, e lo sapeva, e lo aveva fatto lo stesso. Non era un prestito, né un conto, né una delle transazioni che io conoscevo. Ci pensai lì, contro la credenza, col sapore del suo sapone sulle labbra, e mi sembrò di vedere per la prima volta una stanza che era sempre stata nella casa e di cui non avevo mai aperto la porta: un modo di volere bene a una persona senza chiedere in cambio nemmeno di essere saputi.

Io gli uomini li sceglievo per quello che mi davano. Claudia mi aveva scelta sapendo che non le avrei dato niente.

*

Ci sedemmo al tavolo della sua cucina, una di fronte all'altra, come in via Lanzone sul mio letto, quando lei mi rifaceva gli esami. Claudia mise su l'acqua per il tè, poi si dimenticò di spegnerla, e il bollitore fischiò, e per un poco nessuna delle due si alzò.

Parlammo poco: lei mi disse che non avrebbe più telefonato a Marta. Io le dissi che lo sapevo. Lei mi disse che Marta esisteva davvero, che era davvero sua cugina, che stava a Bergamo, faceva la maestra e non aveva nessun capo grande e grosso. Ridemmo tutte e due, di una risata breve e storta, simile a quella di Enzo al bar, anni dopo.

Prima di andare via le dissi:

«Enzo non lo saprà.»

«Non te l'ho chiesto» disse lei.

«Lo so.»

Era il primo dono che facevo senza chiedere niente in cambio. Non me ne accorsi, quella sera. Me ne sono accorta dopo, molto dopo, quando ho capito che anche tacere può essere un modo di prendere la valigia più pesante.

*

Quella notte, nel mio appartamento, la parete era muta. Sentii Claudia lavare i piatti, a lungo, più a lungo di quanto servisse per due tazze e un bollitore. Poi una porta. Poi più niente.

Le sere dopo furono uguali: battevo a macchina gli ultimi capitoli della ricerca, perché la ricerca era vera, il professore la aspettava, e io avevo promesso. Ma alle undici, alle undici e mezza, a mezzanotte, alzavo la testa dai tasti senza volerlo, nello stesso gesto con cui a Cremona alzavo la testa quando smetteva di piovere sul lucernario. Dalla parete non veniva niente, e mi mancava, quella voce. Mi vergognavo che mi mancasse, adesso che sapevo cos'era, e mi mancava lo stesso.

Allo studio, il mercoledì, il notaio mi chiamò per una bozza. Era una procura, un atto da niente, ma lui la lesse ad alta voce come ai primi tempi, fermandosi su ogni parola, e a metà della seconda pagina disse: «Signorina, qui chi le ha detto di scrivere così?»

Sentii la porta, e la parola scusi. E senza pensarci, prima ancora di ricordarmi che non c'era nessuna Marta e nessun consiglio, contai fino a tre, alzai gli occhi e gli spiegai perché avevo scritto così. Il notaio ascoltò, grugnì e girò pagina.

Tornando a casa pensai che le regole di Marta, a forza di ripeterle, mi erano entrate in testa come le tabelline, e che funzionavano anche senza Marta. Pensai che era merito di Claudia anche quello. Tutto, pensai, era merito di Claudia.

*

Il venerdì esitai davanti alla loro porta, col vassoio del dolce in mano, per un tempo che mi sembrò lunghissimo, prima di suonare.

Aprì Enzo, col grembiule di Claudia annodato sopra la camicia e un cucchiaio di legno in mano. Disse che quella sera il risotto lo faceva lui, che era una prova generale, che se veniva male la colpa era del riso, mentre Claudia, in cucina, rideva. Mi venne incontro, mi prese il vassoio dalle mani e mi guardò negli occhi un secondo, uno solo, il tempo di dire va tutto bene senza dirlo.

Fu una cena come le altre: il risotto venne un po' scotto, ed Enzo se ne scusò per tutta la sera. Raccontò che dei Visconti in tribunale non si parlava d'altro: il figlio aveva preso soldi da una banca di Lugano mettendo in garanzia il palazzo, senza dirlo al padre, e il padre l'aveva scoperto alla stipula, davanti a tutti.

«E sai chi l'ha scoperto?» disse a Claudia, puntandomi la forchetta. «La nostra Sara. Ravier va in giro a dire che ha la collaboratrice più precisa di Milano.»

Guardai Claudia, che abbassò gli occhi sul piatto e sorrise, appena, e io pensai: anche questa è sua. Anche il palazzo di corso Magenta, anche il professor Arcangeli, anche la busta timbrata. Fu un pensiero amaro, e lo tenni per me, e lo misi via con gli altri, senza sapere ancora che era sbagliato.

Claudia mi passò il pane, e le nostre dita non si toccarono. Sotto il tavolo non successe niente, e niente successe mai, né quella sera né dopo. Alle undici Enzo sbadigliò, io mi alzai, e sul pianerottolo Claudia mi disse buonanotte, Sara, come aveva sempre fatto, con la stessa voce.

Rientrando in casa capii che sarebbe rimasto così: saremmo rimaste amiche, e la nostra amicizia, come certe case, aveva una stanza in più di cui adesso sapevamo tutte e due, e in cui nessuna delle due sarebbe entrata.

*

Il sabato dopo andai in Conservatoria. Era quasi mezzogiorno, e Riccardo stava chiudendo lo sportello.

Gli dissi che non doveva più venire, il sabato sera. Lui si tolse gli occhiali, li pulì con la cravatta e mi chiese se c'era un altro. Gli dissi di no, ed era vero: non lo lasciavo per un uomo migliore. Lo lasciavo perché avevo capito che cosa cercavo, in lui e in Fabio e in tutti quelli di prima, e non lo volevo più cercare. Riccardo annuì, e mi parve sollevato, e quasi mi fece piacere.

Il lunedì dopo feci la fila in Conservatoria, come tutti, quaranta minuti, coi registri da cercare da sola, e le visure furono complete lo stesso.

Con Claudia continuammo a vederci, e le cene del venerdì andarono avanti per tutto l'inverno, e poi in primavera: il risotto, il vino di Enzo, il dolce della pasticceria sotto lo studio. Enzo raccontava il tribunale, e noi ascoltavamo. Di quella sera non parlammo mai. Non ce n'era bisogno. Ci volevamo bene come prima, e insieme in un modo diverso, al modo di due persone che hanno guardato la stessa stanza dai due lati di un muro.

La vita, poi, ci allontanò l'una dall'altra, piano, senza rotture, come allontana le persone che non hanno litigato. Ma questa è un'altra storia, e non la racconto.

*

Fu a metà dicembre, un sabato sera, che misi in fila le date.

Non so perché proprio quella sera: forse perché Riccardo non c'era più, e il sabato era tornato vuoto. Forse perché ormai le visure le facevo da sola, e avevo preso l'abitudine di guardare i giorni. Presi un foglio della ricerca di Claudia, uno sbagliato, che avevo tenuto per la brutta copia, e sul retro scrissi le telefonate, tutte quelle che ricordavo, con la data e quello che era successo il giorno dopo allo studio. Ero brava a ricordare le date. Non lo sapevo, ma lo ero.

Arrivai alla fine di novembre, al sabato prima della stipula dei Visconti, al sabato 17.

Mi fermai.

Ricordavo quella sera meglio di tutte le altre. La guancia contro il muro freddo, il disco che girava a vuoto, la voce bassa, molto più bassa del solito, e lenta. Non avevo sentito il nome di Marta, né il principio. Non avevo sentito Enzo, né un'anta, né un piatto. Solo le parole, una dopo l'altra, posate sul tavolo davanti a me. Non difenderti. Metti in fila i fatti. Guarda le date.

Mi alzai e andai nell'ingresso, dove la cartolina era ancora nella cornice dello specchio, tra la foto di mia madre e il biglietto del tram del primo giorno. La sfilai e la rigirai.

Pavia, sabato 17 novembre. Stasera cena con il professore. Torno domenica.

Quel sabato Claudia era a Pavia, a cena col professore, a parlare di neurologia fino a mezzanotte. Dall'altra parte del mio muro c'era soltanto Enzo, che dormiva presto. Il telefono grigio era rotto, e lei era a sessanta chilometri.

Tornai in cucina con la cartolina in mano e mi sedetti al tavolo di formica, davanti alla parete. Presi la cartella della ricerca, che Claudia non mi aveva mai chiesto indietro, e rilessi le pagine che avevo battuto in quei mesi. Il paziente vede solo due possibilità. Il paziente attribuisce agli altri pensieri che gli altri non hanno espresso. La paura restringe il campo. Il caso M., una giovane impiegata, laureata, che temeva il suo capo. Le avevo battute riconoscendo in ogni riga il notaio, il geometra del Comune, la vedova col cappello nero, Marta. Parlavano di me. Erano sempre state scritte per me.

Tutto, tranne quella sera. Quella sera di novembre, quella sola, nessuno mi aveva detto niente. Le date le avevo guardate io.

*

Dall'altra parte della parete Enzo e Claudia cenavano. Sentivo i rumori di sempre: le posate, l'anta della credenza, la voce di Enzo, bassa e allegra, che raccontava una giornata in tribunale, e quella di Claudia, più chiara, più breve. La radio della loro vita: nessuno telefonava a nessuno.

Rimasi lì a lungo, con la cartolina sul tavolo e le mani ferme. Non misi su nessun disco. Ascoltavo.

La voce di quella sera era la mia.

Una voce in cucina - seconda parte testo di Vittoria Solari
1

Suggeriti da Vittoria Solari


Alcuni articoli dal suo scaffale
Vai allo scaffale di Vittoria Solari